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Come un gabbiano

Come un gabbiano

Come un gabbiano

Il cappuccino al bar quella mattina era stato particolarmente buono, il perfetto equilibrio tra densità della schiuma, quantità di caffè e temperatura del latte. Quando le mattine cominciavano così Franco si sentiva come rinvigorito e in ufficio sorrideva e offriva il caffè a tutti - trovava il coraggio persino con Sofia, la collega nuova che tutti corteggiavano - e sentiva che anche il mal di schiena gli dava un po’ di tregua. Un giorno a salvarlo era il cappuccino, quello dopo un piatto di spaghetti, quello dopo ancora la telefonata di un amico. Cose semplici ma fondamentali, diceva lui. “Sono uno che si accontenta di poco”, ripeteva scherzando a sua madre, ma ogni volta che pronunciava quella frase si imbatteva nello sguardo di lei, pensieroso: “A me non pare, figliolo, visto che a 40 anni sei ancora uno scapolone…”. Il ragazzo dalle belle ciglia, così lo soprannominavano in famiglia. “Che tutti lo vogliono e nessuno lo piglia!”, tuonava il padre dalla poltrona, facendo zapping tra un talk show e l’altro. Franco era sempre stato l’orgoglio dei genitori: alto, atletico, solare, sempre pronto alla battuta. Dopo gli studi in Ragioneria si era laureato in Economia e ora lavorava per un’azienda specializzata in spedizioni internazionali. Niente droghe né alcol né incidenti. Non fumava nemmeno. Viveva da solo in un bell’attico nel centro storico di Fiesole e tutti i venerdì, dopo il lavoro, andava a pranzo dai suoi. “Ma non incontri proprio nessuna?”, chiedeva la madre regolarmente. “Suvvia, o lo lasci sta’!”, faceva eco il padre. Le donne. Erano loro il problema. Nessuna storia durava più di qualche mese, e comunque mai abbastanza da permettere alla madre di fantasticare. Si infatuava, sì, ma dopo poco la cosa svaniva, senza un perché. O meglio: Franco il perché lo sapeva, eccome. I suoi ricordi, i suoi sentimenti, la sua voglia di legarsi a qualcuno erano fermi da 15 anni, bloccati su una spiaggia, all’Isola d’Elba. Lui e Elena, nei suoi sogni, almeno una volta al mese tornavano lì, a Portoferraio, a baciarsi in silenzio, senza pensare a niente. Nelle giornate di scirocco, quando il mare è più calmo e cristallino, i loro piedi camminavano sul fondale bianco e la spiaggia di Sansone sembrava appartenere solo a loro, come un segreto. L’aveva amata per sette anni, dal diploma alla fine dell’università, estate dopo estate, aspettando il traghetto che l’avrebbe portato sull’isola col cuore in gola e le mani sudate. Lei di Brescia, lui di Fiesole, si trovavano all’Elba per le vacanze e consumavano quella magia come se dovesse durare per sempre. Poi, finita l’università, il mondo del lavoro aveva portato lei prima a Roma, poi a Londra e infine a Milano, dove viveva tutt’ora. Si erano scritti qualche email, avevano lasciato qualche promessa a boccheggiare nell’aria. Non si erano più visti. Franco aveva scelto di restare vicino alla sua Firenze e non se ne era mai pentito. E nemmeno si era più innamorato. Quel venerdì il cielo era nuvoloso ma lui era di buon umore lo stesso, il cappuccino gli aveva dato la spinta per risolvere un paio di problemi rognosi a lavoro. Sua madre aveva fatto i ravioli con la zucca e il telegiornale non aveva catastrofi da raccontare. Si preannunciava un bel weekend, quando la voce sorniona di suo padre aveva spezzato l’incantesimo. “Oh, tu lo sai chi è morto? Il babbo della Elena! La tu’ ganza di quando eri giovincello!”. Il raviolo era infilzato nella forchetta e Franco lo guardava come fosse un insetto strano. Se lo ricordava benissimo, Gabriele. Un uomo basso e magro, sempre con un libro in mano. Usciva presto, la mattina, e si sdraiava a leggere sugli scogli dietro casa. Avevano un bel rapporto, si scambiavano idee, risate e naturalmente anche libri, tanti libri, bellissimi libri. Salinger, Maurensig, Simenon, Carlotto. Glieli aveva fatti conoscere tutti lui. La famiglia di Elena era più colta della sua, Gabriele era un professore universitario e la madre lavorava per una casa editrice, e oltre a lei Franco amava un po’ anche quei genitori, così silenziosi e discreti. “I saggi”, li chiamava. Il raviolo era sempre lì, appeso alla forchetta come la testa storta di uno spaventapasseri. “Quando è morto?”, aveva chiesto. “Eh, sarà passata già una settimanetta… l’ho saputo per caso, facendo due chiacchiere al bar”, aveva risposto il padre con aria apparentemente svagata. Franco aveva finito il pranzo con una sensazione strana in petto, come se al posto del cuore avesse avuto un uovo. Sentiva il fiato mancare ma al tempo stesso avvertiva sotto pelle il brivido di una nuova energia. “Vado a Milano”, aveva detto poi, alzandosi in piedi in modo solenne, quasi ridicolo. “Ma come? Oh tu non finisci neanche il gelato?!”, aveva strillato la madre, incredula. Il padre invece aveva capito. “Lo sapevo che ci saresti andato. Vai, figliolo. E te lascialo un po’ sta’, se non voi che pe’ davvero resti scapolone tutta la vita!”. In uno stato di lucidissima trance, Franco era passato da casa, aveva infilato un cambio in uno zaino e aveva inforcato lo scooter verso la stazione, direzione Firenze. In serata era arrivato a Milano. Non sapeva dove abitasse Elena, ma il solo fatto di essere lì rappresentava molto, per lui. La chiusura di un cerchio, il commiato che mancava da 15 anni. E se anche non fosse riuscito a vederla, avrebbe fatto una passeggiata a Milano. Così, seduto sul letto di un B&B, le aveva inviato un messaggio. “Spero che questo sia ancora il tuo numero. Ho saputo di tuo padre, sono a Milano per lavoro. Possiamo vederci?”. Poco dopo era arrivata la risposta, e il cuore aveva fatto un salto, l’uovo era diventato un pulcino di gabbiano. “Che bello sentirti. Mi chiedeva sempre di te, lo sai? Abito in via Sassetti, zona Isola. Puoi passare anche domattina, se vuoi. Sono a casa”. Tra lui e Elena era sempre stato tutto semplice e lineare, come tra due persone che si conoscono da sempre, dagli albori del tempo, vita dopo vita. I suoi pensieri erano quelli di lei, e la pelle di lei era la sua. Un corpo e due anime, per sette anni. Il mattino dopo, alle 10, Franco era davanti al suo citofono con un mazzo di rose bianche in mano. Non sapeva neanche lui perché, aveva voglia di un gesto romantico e pudico al tempo stesso. Lei gli aveva aperto in pantofole e capelli raccolti, le occhiaie la invecchiavano ma per lui era sempre bellissima, come da ragazza. “Ciao. Non ci vediamo da un po’ ”, aveva detto sorridendo sgargiante, e lei per tutta risposta l’aveva abbracciato. Erano rimasti così, a pochi centimetri dalla soglia, con la porta ancora aperta, sospesi in un ricordo tutto loro, fatto di mare e spiaggia bianchissima, di libri e di silenzio, di infinite possibilità. Poi una voce li aveva interrotti. “Mamma, chi è quel signore?”. “Lei è Gemma, mia figlia. E se ti accomodi in salotto ti presento anche Matteo, il mio compagno”, aveva detto Elena staccandosi, senza guardarlo. Franco aveva annuito e fatto un altro sorriso ma il pavimento gli era franato sotto i piedi, il gabbiano ora camminava azzoppato. Il salotto di Elena era caldo ed elegante, e le rose bianche sistemate in un angolo facevano una bella figura. Matteo era simpatico, Gemma una chiacchierona. Elena aveva una nuova vita all’altezza del ricordo che Franco conservava di lei. Meravigliosa. Qualcosa in particolare in quell’ambiente nuovo e familiare al tempo stesso lo aveva coinvolto. Un profumo di macchia mediterranea, di selvatico, di mare. Insolito, per il centro di Milano. “Che bella casa, complimenti. Non so se è una mia suggestione, ma io ci sento come un odore d’estate, come si respirava all’Elba…”, aveva detto senza stare troppo a pensare. Il compagno di Elena lo guardò e sorrise, senza dare peso alla frase, mentre lei gli indicò un’elegante bottiglia di profumo color verde acqua, appoggiata proprio accanto alle rose che lui aveva portato. “Merito di quel profumatore lì, “Acqua dell’Elba”. Lo compro da anni, mi fa tornare indietro nel tempo. Sull’isola…”, aveva detto guardandolo negli occhi, con un sorriso che a Franco sembrò di gratitudine. “Ti fermi a pranzo? Così facciamo un brindisi a mio padre. Sarebbe stato felicissimo di saperci a tavola insieme, dopo tanti anni”. Non era un cappuccino perfetto, non era la telefonata di un amico, non era uno spaghetto ben riuscito. Quel momento che stava vivendo era molto di più: la sua grande occasione. Era lì, a pochi metri dall’amore della sua vita, circondato dagli amori della vita di lei, e in qualche modo sentiva di far parte di quel tutto, di quel tesoro. Il ricordo era rimasto intatto, quelle estati occupavano la casa con la loro bellezza indimenticabile, senza impedire alla vita di scorrere. Franco amava i dettagli, le piccole gioie, era un romantico con i piedi per terra, e in quella casa accogliente nel centro di Milano aveva ritrovato un po’ della sua Isola d’Elba. “Ma certo, volentieri. Ho un treno per Firenze alle cinque del pomeriggio, da qua con la metro dovrei fare presto…”. A tavola avevano ricordato Gabriele e i suoi libri, la sua passione per il mare al mattino, e Elena si era divertita a dissacrarne l’immagine da saggio raccontando quanto fosse imbranato e indeciso in molte circostanze, un Gabriele che Franco non conosceva. “La realtà ha sempre due facce. Quella che ricordiamo noi, la più dolce, e poi quella reale, più complessa. Ma non meno bella”, aveva detto lui alla fine, tagliando a Gemma un pezzo di dolce. Elena lo fissava con gli occhi sorridenti. “Sono proprio contenta di averti rivisto. Ci voleva”, gli aveva detto al momento di salutarsi. Matteo gli aveva teso la mano e Gemma si era fatta promettere che sarebbe tornato a trovarli. Il treno per Firenze era in orario, sarebbe arrivato a casa in tempo per una serata con gli amici. Prese il telefono e fissò lo schermo. Per la prima volta si sentiva pronto a mettersi in gioco, a ricominciare da capo. Il passato era stato splendido, il futuro lo sarebbe stato forse di più. “Ciao Sofia, sono Franco, quello che quando racconta le barzellette ti fa ridere. Stamattina ti ho offerto un caffè, se ti fa piacere domani mi sbilancio con un pranzo". “Molto volentieri!”, era stata l’immediata risposta. Sorpreso e felice, Franco era salito sul vagone con un balzo, con buona pace del mal di schiena. Il profumo del mare e delle sue infinite possibilità gli era rimasto addosso, lo poteva sentire anche ora, tra i fumi e le frenesie della grande città. Un cielo tutto nuovo lo aspettava. Era finalmente libero e avrebbe volato alto, come un gabbiano. 


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