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Letture d'agosto: "Insula, Insulae", un racconto di Irene Montano.

Letture d'agosto: "Insula, Insulae", un racconto di Irene Montano.

Letture d'agosto: "Insula, Insulae", un racconto di Irene Montano.

Nel mese di Agosto sul nostro blog vi daremo qualcosa da leggere di fronte al mare: alcuni incipit dei "Racconti di Mare" raccolti da Mauro Ferraresi per Persephone Edizioni, alcuni racconti che ci hanno inviato gli amici della Community, come questo di Irene Montano. Buona lettura

 

Insula, Insulae. 

Quanto fascino può irradiare una singola parola?
Le isole sono luoghi impossibili e meravigliosi, frammenti staccatisi volutamente dal corpo della terra con la quale non vogliono più avere niente a che fare. Piccoli imperi, se ne stanno orgogliose in mezzo a mari e oceani, sovrane di se stesse. Ogni isola vive secondo leggi proprie alle quali i suoi abitanti si devono attenere, inutile cercare di salpare o di attraccare quando i flutti sono contrari, non importa quale accadimento importante ti stia aspettando sulla terra ferma; se l’isola non vuole lasciarti andare, non te ne andrai. Pena la morte.

Gli inverni sulle isole hanno un solo nome: resistenza. Quando i vacanzieri tornano alle loro vite, poveri inferni sempre uguali, quando la terra parte peril suo lungo viaggio di rivoluzione lontano dall’Astro, quando il mare mostra il suo lato maligno,allora gli isolani sanno che è il momento di iniziare a resistere. Si resiste a tutto, al mare famelico che ghermisce la costa e bussa alle porte delle case, alle onde che ridisegnano la geografia degli scogli, si sa già che il vento farà dei danni, gravi, che poi chissà quanto ci vorrà a sistemare tutto.

E soprattutto la noia. Sull’isola ognuno si arrangia come può, ma il tempo è zoppo negli inverni, è il momento dell’introspezione, del sospeso, dei lunghi sguardi nei propri abissi personali. Difficile non impazzire quando nelle notti di gennaio il libeccio sussurra parole omicide nelle orecchie, quasi voglia istigare a fare certi cattivi pensieri. Ma gli eroi vengono sempre ripagati, chi non si arrende vedrà tornare l’alba dall’aria calda e rarefatta che illumina la caletta smeraldina, il profumo dei pini avvolgerà i sentieri riarsi dal sole ed il pescatore non avrà più paura di uscire di notte col suo peschereccio, avrà la benedizione delle stelle.

Le isole sono luoghi strani, ombre misteriose all’orizzonte, possono attrarti o respingerti con una violenza inaudita. Sono loro a sceglierti, non è mai il contrario. Ognuno ha la sua isola magica da raggiungere, ma nessuna è come la mia. L’isola di cui parlo la conoscono solo i vecchi del porto, è possibile che non sia nulla più di un racconto di pescatori ubriachi, eppure è una storia che mi ha sempre affascinato fin da bambino, tornandomi in mente negli anni come una filastrocca d’infanzia della quale si è dimenticata l’ultima strofa. È un luogo che appare solo nelle notti in cui la luna si specchia, piena, nel mare creando un vivo luccichio argenteo nelle acque. Il riflesso del chiaro di luna si restringe mano a mano che si fa più prossimo all’orizzonte, quasi ad indicare una via, alla fine della quale si staglia la nera sagoma di un’isola arcana, su cui nessuno è mai stato. O meglio, da cui nessuno ha mai fatto ritorno.


Si dice che l’isola sia un luogo di saggezza e di potere, sulla quale una volta giunti vengono rivelate le risposte a tutte le domande del mondo. Una volta approdati là si potrà chiedere qualsiasi cosa, tutto avrà una risposta precisa, veritiera, chiara. Si saprà allora che cosa sarebbe accaduto se avessimo accettato quella disperata proposta di partire insieme, se avessimo perdonato quell’amante, se avessimo seguito il nostro sogno. Si saprà la verità sui misteri di Stato, sui delitti irrisolti, sulle scoperte scientifiche, si indagherà l’esistenza degli dei, si conoscerà l’Oltre e i suoi segreti. Ma la verità si paga a caro prezzo, il Re non lascia che chiunque si avvicini alla sua isola. L’isola non si può raggiungere a remi né volando, all’approssimarsi scomparirebbe come un miraggio, l’unico modo è tuffarsi di notte e seguire a nuoto la scia del chiar di luna che conduce fino alle sue sponde. Nei misteri però nulla è ciò che sembra, ed i riflessi argentei delle acque che conducono all’isola sono in realtà una miriade di piccoli pesci brillanti che riflettono i bagliori lunari, a loro è affidato il compito di condurre a destinazione i più meritevoli aiutandoli nel nuoto, o di impedire l’accesso all’isola a chi ha un animo torbido. Chi è animato da cattive intenzioni o chi non è all’altezza della Verità sarà divorato dai pesci non appena tuffatosi in acqua.

C’è un’altra cosa da sapere prima di tentare l’impresa, sempre che si arrivi sull’isola non sarà più possibile fare ritorno. La Verità non è per tutti, non può essere divulgata, ci sono segreti che devono rimanere tali per sempre. L’isola è forse un varco verso l’Oltre, del quale nessuno sa niente, non si sa se oltrepassarlo significhi la morte o l’entrata in un altro mondo, o forse entrambe, l’unica cosa certa è che non si potrà più tornare indietro.

Questa notte è la mia notte. Ho aspettato per tanti anni di trovare il coraggio che non ho mai avuto, ma stanotte tutto è diverso, è la notte del tuo compleanno, sei nata alle 23.20 ed oggi compi 36 anni, c’è un vento caldo che parla di te.
È una notte di metà giugno, una di quelle che ci piacevano tanto, con il profumo dei gelsomini che racconta di giardini segreti e di viaggi ancora da fare, di partenze imminenti per luoghi sconosciuti. Una di quelle notti in cui il mare sospira e brucia di luce lunare.

Al tempo in cui c’eri tu c’erano ancora le lucciole e il giardino ammiccava di bagliori intorno a noi, ci sedevamo sulla panchina del cortile ad osservare la notte, che forma ha la Croce del Sud? Volevi sempre che ti raccontassi di quel mio viaggio in Sudamerica, ha una forma bellissima è un faro nella notte, ti prometto che ripartiremo insieme e la vedrai con i tuoi occhi. Fu in una di quelle nostre notti che ti raccontai dell’isola, ne rimanesti affascinata e fu difficile convincerti a rientrare in casa, la tua folle curiosità era stata punta così sul vivo che ti eri subito appassionata alla storia come facevi con tutte le cose impalpabili, volevi vederne il profilo a tutti i costi ma quella volta la luna non c’era.

Quante altre volte abbiamo trascorso le ultime ore della sera fantasticando su quell’isola io non saprei dirlo, non potrei neanche dire quante volte mi hai proposto di provare a buttarci, non se ne parla nemmeno ti dicevo, sono solo storie di vecchi marinai come puoi crederci
davvero? Ma tu ci credevi sul serio, tu credevi davvero a tante cose, per questo mi piacevi così tanto. Vedevi mondi sottili che nessuno intuiva, come un gatto che guarda un punto in cui non c’è nulla e invece c’è tutto. Quella sera era tutto pronto per la partenza, sì finalmente ti portavo a vedere la Croce del Sud! L’aereo per l’Argentina ci aspettava all’alba e gli zaini stracolmi sembravano sentinelle in allerta sulla soglia d’ingresso, una bella luna piena ci faceva i suoi migliori auguri per il viaggio ed eravamo così emozionati da non poterci credere. Hai visto dove ho messo il mio passaporto, tesoro? Non vorrei dimenticarmi proprio la cosa più importante, non so, forse, sarà sul tuo comodino, mi rispondesti. Per favore quando torni in giardino portami un bicchiere di vino!

Il passaporto era esattamente sul comodino e prima di tornare da te feci solo una piccola pausa in cucina a prenderti un bicchiere di vino, ci vuole qualcosa di importante, pensai, e stappai uno Chablis grand cru, perché tu amavi i bianchi, manca un po’ di musica però e così misi
sul giradischi Strangers in the night , la canzone giusta per una notte d’estate. Avrò impiegato in tutto cinque minuti netti, un battito di ciglia, eppure quando tornai in giardino tu non c’eri più. C’era la panca, c’era il cavalletto sul quale dipingevi, c’erano il basilico ed i
limoni, c’era la luna alta sul mare, ma non tu. Strano pensai, il nostro giardino era piccolo, il nostro appartamento ancora di più, era impossibile che non ti avessi vista rientrare in casa, così bussai alla porta del bagno e guardai meglio tra i cespugli, amavi nasconderti e farmi degli agguati, ma non ti trovai.

Almeno per mezzora pensai ad uno scherzo, poi uscii a cercarti per strada, suonai ai vicini, scesi fino alla spiaggia, sparita nel nulla. In preda all’angoscia pensai ad un tuo abbandono repentino, magari volevi lasciarmi da tempo e non sapevi come dirmelo, sì forse eri scappata con
un tuo amante e sull’aereo per l’Argentina ti saresti imbarcata con lui, ma il tuo zaino? I tuoi documenti? Tutto era al suo posto, non mancava nulla. Presi le chiavi della macchina e guidai come un pazzo fino all’aeroporto di Roma, ti avrei aspettata al gate e ti avrei convinta a lasciarlo, chiunque fosse non poteva rovinare il nostro sogno. Una signorina con una voce squillante chiamò il tuo nome almeno cinque volte all’altoparlante ma non ti presentasti mai, signore l’aereo sta per partire si deve imbarcare al più presto, rinunciai al volo y adios Cruz del Sur. A

Alla polizia ripetei tante volte ciò che ricordavo dell’ultimo istante in cui ti avevo vista, dissi loro che in quell’ultimo fotogramma della mia memoria eri sdraiata sulla panca in giardino con i capelli biondi raccolti, ad  aspettare scalza il tuo bicchiere di vino ed avevi gli occhi sognanti. Credo di conoscere a memoria ogni filo d’erba di quel piccolo giardino, lo avrò perlustrato più di mille volte cercando di capire dove fossi finita, eppure non potevi aver scavalcato il muro né potevi esserti buttata dalla ringhiera, sotto c’era la scogliera, ma i sommozzatori non trovarono mai niente.

Quel triangolo maledetto panchina-cavalletto-pianta di limoni mi stava facendo impazzire, erano i soli testimoni presenti in quel perimetro ristretto e sembravano voler custodire il segreto. Solo la luna forse sapeva che cosa fosse successo in quel giardino, ma seppur la implorassi tutte le notti non me lo disse mai. Non mi sono mai ripreso del tutto da te, lasciai gli studi, abbandonai tutto, mi sembrava che la vita fosse diventata un enigma senza senso. Decisi di fare il pescatore perché tanto la notte non riuscivo a chiudere occhio, almeno avrei trovato un modo produttivo di scontare la mia insonnia.

Fu così che durante un’afosa notte di luglio, di alcuni anni dopo, vidi dal peschereccio una sagoma scura all’orizzonte, netta e silenziosa, era riemersa l’isola nel suo chiar di luna. Il riaffiorare di quella storia mi travolse la mente e fui preso da uno sciame incontrollato di ricordi: io e te nel giardino, le notti di giugno, le stelle… La storia dell’isola. Non so come, ma un concetto assurdo nella sua chiarezza si fece spazio tra i miei pensieri: se c’era un posto al mondo dove avrei potuto scoprire che fine avessi fatto, era proprio su quell’isola. Là mi sarebbe stato rivelato ciò che ti era successo, in un modo univoco e veritiero e forse ti avrei ritrovata, o forse no, ma almeno avrei messo fine a
ciò che mi tormentava da anni.


Dal momento in cui formulai quel pensiero a questa notte sono passati diversi anni, devo ammettere di non aver mai trovato il coraggio di compiere veramente l’impresa, ma ormai non posso più aspettare. E se tuffandomi da questo scoglio non accadrà niente? Mi ritroverò come uno stupido a fare un bagno di mezzanotte. E se invece la leggenda dei pesci fosse vera? Se mi divorassero? Se invece mi portassero dritto all’isola? In quel caso so già che non potrò più fare ritorno, ma mi inchinerò al cospetto del Re racconterà che cosa ne è stato di te e troverò finalmente la pace. In qualsiasi mondo tu ti sia persa, ti raggiungerò presto.


Buon compleanno amore mio, stanotte vengo da te.

 


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